Iboclemea è una parola nata nello spazio liminale tra sogno e veglia, che evoca un non-luogo sospeso, dove il sé primordiale osserva e custodisce le tracce di ogni esistenza. Il ricamo riposa in un vaso di cristallo e argento, contenitore dell’indicibile. L’etichetta metallica, vuota, ne sigilla il mistero: il significato sfugge, resiste alla definizione.
Sollevando il coperchio, un occhio si rivela — scrutatore, immobile, circondato da raggi di luce. Al suo interno, una sfera di vetro lattiginoso orbita incessante, bulbo errante di una visione assoluta.
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